E morì con un felafel in mano.

Settimana scorsa ho scovato nei meandri della mia libreria, adibita a piccola cineteca domestica, il dvd di E morì con un felafel in mano, film di Richard Lowenstein del 2001. Non mi ricordo quando lo acquistai, ma rivedendolo, mi sono resa conto che sarà stato uno dei miei innumerevoli periodi dark di repulsione verso l’altro sesso, soprattutto alla comparsa del motto : “Se prostituirsi significa affittare il proprio corpo, sposarsi significa venderlo…”.
Ora sto meglio, tranquilli. No, non parlerò di matrimonio, spunto riflessivo troppo lungo e complesso da sviluppare in un solo post, anche perché in questo film si parla di legami affettivi.

Ci sono sempre tre donne nella vita di un uomo: quella della vita, l’amica e il sogno erotico. A una lascerà il cuore, all’altra l’anello e all’altra il numero di telefono. A ognuna di loro viene dato un ruolo, basta attaccare le funzioni alla persona giusta, perché se lasci l’anello al tuo sogno erotico, non puoi aspettarti che poi funzioni. Una volta dati i ruoli però, è importante non confonderli, come invece accade nel film: Danny è innamorato di Nina che lo ha lasciato e quindi pensa di morire, si confida con la sua amica Sam che però è innamorata di lui, ma ha come sogno erotico Anya, che confonde per amore. Sam va a letto sia con Anya sia con Danny, ma quando Danny ci prova (e lo fa ripetutamente) con Anya, Sam va fuori di matto e se ne va. Danny capisce che non era innamorato né di Anya né di Nina, ma di Sam. O forse gli manca solo la loro amicizia?
Che casino i rapporti sentimentali.

Anya e Sam sono due donne agli antipodi. La prima in total black è sicura di sé e dei suoi sentimenti, o meglio del suo ruolo da femme fatale. Dice: “Ci si sposa, si vive insieme ed è la fine. Si guarda sempre nella stessa direzione, si fissa sempre la stessa cosa. Le conversazioni durano quanto gli intervalli pubblicitari in tv e un giorno ti svegli, ti guardi allo specchio e ti chiedi che fine ha fatto la tua vita”. La seconda modifica il colore dei capelli ad ogni cambiamento di vita, vuole innamorarsi ed essere ricambiata, ma per questa ricerca folle di affetto si abbandona ad entrambi i sessi anche se nella sua mente c’è solo Danny, che però la considera un’amica. Dice: “I legami la terrorizzano capisci? Perché i legami implicano sentimenti e i sentimenti implicano emozioni e le emozioni sono la sovrastruttura fascista impostaci per migliaia di anni dal potere patriarcale. (…) Con lei non si può ansimare perché ansimare è un luogo comune, non si può gemere perché gemere è un luogo comune, non si può dire ti amo perché ti amo è un luogo comune. Come fai ad avere un orgasmo senza che sembri un luogo comune?”. Nina, invece, la vediamo solo per pochi frame, il giorno del suo matrimonio con uno che non è Danny.

Morale: detto che i maschi sembrano non sapere mai quello vogliono, tanto varrebbe che fossero le donne a darsi un ruolo e a ben interpretarlo. Anya e Nina, rispettivamente il sogno erotico e la donna della vita nel nostro schema, ottengono quello che desiderano perché hanno preso una posizione ben precisa. La povera Sam è l’elemento di disturbo: sa quello che vuole, ma confonde le tracce per la paura di svelarsi e quindi incasina anche il maschio, che dunque la rifugge. È già incasinato di suo, perché incrementare…
Ovviamente diventa l’amica. Che poi ci sono amiche e amiche: io ho tanti amici maschi. Non mi smuovono un ormone (e io a loro) e quindi automaticamente i nostri rapporti sono innocui. Sam la capisco però, perché ogni ragazza insicura e tenera in verità quando è innamorata non riesce a stare nel ruolo. Ci sono stati ragazzi che mi piacevano, con cui non sono mai riuscita a spiccicare una parola e altri con cui mi sono trovata a giocare il ruolo dell’amicona, anche se la maggior parte delle volte ho sposato il cinismo e le teorie di Anya. In verità Sam dovrebbe essere la ragazza della vita, ma starebbe al ragazzo riconoscerlo e darle un posto. Anche perché altrimenti anche innamorarsi diventerebbe un luogo comune, fatto di ruoli e legami fittizi.

Insomma, i rapporti sentimentali sono in rompi capo senza vie di fuga e come direbbero i Coen “alla fine, è tutto un gran casino!”. Il film di Lowenstein però un insegnamento ce lo dà: la costanza paga. Sempre. In tutto. Compresi i sentimenti.